UN CAFFÈ  SENZA PAROLE:  L’Arte di Antonella Capolupo.- Le pagine delle emozioni #2

UN CAFFÈ SENZA PAROLE: L’Arte di Antonella Capolupo.- Le pagine delle emozioni #2

Lo sguardo rivela l’essenza delle persone. È la prima cosa che penso mentre  stringo la mano ad Antonella. Non conosco ancora nulla di lei e della sua arte, eppure è proprio il modo in cui mi guarda a lasciarmi intuire cosa sta per raccontarmi, ma soprattutto come sta per farlo.

<<Prendiamo un caffè.>> suggerisco. Ho bisogno di fermarmi, raccogliere le idee e scappare dal sole di un inizio Ottobre insolitamente caldo. L’estate si sta attardando, chissà forse crede di non aver ancora dato tutto quello che poteva .L’aria è ancora immobile, stenta a rinvigorirsi con il vento d’autunno. Percepisco attorno a me un senso di straordinaria lentezza e calma. Lei sembra far parte di questa tranquillità, tutt’uno con la luce inaspettata d’Ottobre. Ogni suo gesto, ogni suo sguardo, ogni sua sporadica parola, il modo pacato con cui fa sciogliere lo zuccherò nel caffè… tutto mi trasmette l’idea che ci sia un significato, un modo d’essere, sotteso ad ognuna di quelle azioni. Eppure ho da subito la sensazione che scoprire la sua Storia non sarà semplice. Cominciamo a parlare, mi spiega che il suo rapporto con disegno, poiché è questa la sua maniera di fare Arte, è nato in maniera naturale. Un po’ come accade a tutti i bambini: ti imbatti in un’immagine, che per un motivo o per un altro, cattura la tua attenzione e decidi di farla tua, di impossessartene riportandola su un foglio bianco. Più l’immagine è fedele a quella che hai visto, maggiore è la soddisfazione di essere riuscito ad accoglierla dentro di te.  Mentre la ascolto mi accorgo che due tavolini più avanti rispetto al nostro è seduta una bambina con una donna. Forse sua madre. La bambina, proprio come Antonella, ha dei folti capelli ricci. Ciò che colpisce però la mia attenzione è che il tavolo è ricoperto di matite e che la coppetta del suo gelato è appoggiata su un foglio colorato. Sta disegnando.  Antonella nota la mi distrazione e si interrompe. Come se parlare per lei fosse un’operazione scomoda, a cui rinunciare ogni volta che non è necessaria.  La invito a continuare e allora lei conferma la mia impressione e scioglie ogni mio dubbio… “ho cominciato ricopiando le immagini dei cartoni animati, Naruto, Dragonball… Draghi! Soprattutto quelli… anche nel lavoro che sto facendo adesso c’entrano i draghi.” A questo punto si ferma e guarda oltre le sue spalle. Un gesto sereno, naturale. Per un momento immagino che abbia strizzato l’occhio ad una sorta di spirito-guida invisibile a tutti gli altri. Chi non ne ha uno dopotutto?  Continua : “ Ad un certo punto però ho capito che volevo raccontare. Volevo raccontare storie disegnandole…”. Finalmente raggiungiamo il cuore della nostra conversazione. Sento dopo questa frase di condividere con lei una stessa ambizione. Allora le chiedo <<perché?>>. Voglio capire perché sente il bisogno di raccontare, o meglio, di disegnare. Mi aspetto una risposta lunga, articolata, sconclusionata per certi versi…come potrei fornirla io se qualcuno mi rivolgesse la stessa domanda. Antonella invece mi spiazza. Mi comunica, come pochissime parole, l’intensità della sua passione e la profondità del suo modo di comunicare: “ se non disegno…non so cos’altro fare nella vita.”

Rimango in silenzio. Credo di aver capito perfettamente cosa mi sta dicendo, ma non so cosa controbattere. “ Se  dovessi immaginare me in un futuro che faccio l’archeologa o la restauratrice… no,  non riesco a immaginarmi in quei panni . sento che proprio non ci sto.”

Lei sta parlando ed io intanto penso che quelle parole trasudano coraggio. Mi racconta infatti che finite le scuole superiori ha da subito cominciato a perfezionare il suo stile. Ha frequentato l’Accademia Europea di Manga a Pisa. Mi racconta del periodo trascorso lì, come di un periodo di intimità con il disegno. La scuola, mi dice, è lontana dalla città, quasi in campagna. Non ci sono distrazioni e sei “costretto” a disegnare. Quando però pronuncia quella parola “costretto”  comunica affetto, non fatica. A questo punto però ho bisogno di comprendere meglio la particolarità della sua Arte.

<<Cos’è che rende diverso il …Manga?>>

Sono titubante nel porre la domanda. Non conosco bene quel mondo ed ho paura di offenderlo in qualche maniera.  Ma lei mantiene la sua calma ed ancora una volta, con poche parole, rende tutto chiaro: “ il Manga è un   metodo di narrazione che utilizza in modo diverso vignette e inquadrature di  inquadratura rispetto al  fumetto occidentale. In particolare  i tempi di narrazione sono differenti. I  momenti in cui leggi  sono curati e dettagliati. Il  ritmo è diverso… “, ritrovo in queste parole esattamente ciò che mi ha comunicato con il suo modo di essere…

“ Riesci ad immedesimarti e provare le stesse emozioni. Come se fosse un film, però ci riesci senza le musiche … è tutto nella tua testa.”

A questo punto mi è tutto chiaro. Il tempo che ho disposizione per parlare con lei sta finendo. Le chiedo però un’ultima cosa. Una domanda quasi scolastica.

<< Se volessi dare un titolo alla nostra chiacchierata, quale sarebbe?>>

Appena posta la domanda mi appare inutile… il suo modo di creare Arte trascende le parole, se ne serve come semplice strumento, tocca corde più profonde …

Per info. sulle opere dell’artista: anto.capolupo94@gmail.com

Saverio Carlucci per MateraInside.

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