UNA NUOVA SFUMATURA D’ARTE: L’Arte di Carlo Iuorno.- Le pagine delle emozioni #5

UNA NUOVA SFUMATURA D’ARTE: L’Arte di Carlo Iuorno.- Le pagine delle emozioni #5

Sono entrato in uno studio radiofonico per la prima volta a cinque anni. Ad otto invece ho toccato il primo giradischi.”

Pronunciando queste parole, circa a metà della nostra conversazione, l’espressione di Carlo tradisce una certa sorpresa. Infatti,  come sempre accade quando si racconta di sé e della propria vita,  Il filo logico dei pensieri si dirama in percorsi imprevedibili. Talvolta queste svolte improvvise permettono di scoprire qualcosa di inaspettato, qualcosa a cui non saremmo mai arrivati altrimenti. Serendipità, così viene definito questo fortunato fenomeno. Ed è esattamente ciò che mi è accaduto conversando con Carlo.  Quando mi ha detto  “La mia vita è fatta di mostre, di teatro, di concerti, di progettazione e organizzazione di eventi” l’aspettativa era quella che mi aiutasse a comprendere gli aspetti crudamente tecnici solitamente ignoti ai non addetti ai lavori. Invece, alla fine, Carlo mi ha consegnato un ragionamento molto più profondo, grazie al quale la ricerca sul significato delle parole Arte e Cultura si è arricchita di un’ulteriore sfumatura. Una sfumatura, a mio avviso, decisamente pragmatica e incisiva, che prende le mosse anzitutto dal percorso di formazione raccontatomi da Carlo.

La mia prima passione è collezionare dischi e suonare. Al primo posto insomma  c’è la musica… io nasco come musicista e deejay.” Tuttavia, aggiunge:  “ Ad oggi il mio è un mix di formazione: master in event menagement; attestato da lighting designer e quasi laureato in marketing e comunicazione; sono e continuo a fare il deejay…”

Un melange che è confluito in un’attività commerciale, ma soprattutto, in una attitudine imprenditoriale che ha fatto del “dare valore alle forme artistiche” il suo punto fermo. È a questo punto che assume colore ai miei occhi la nuova sfumatura: La Cultura risiede anche nel cercare di valorizzarsi al massimo le proprie potenzialità, nel creare opportunità dove non ci sono, nel cercare di non finire ingabbiato in definizioni stantie. Nel non aver paura di scommettere su se stessi.

La mi è ancora una scommessa, ancora un mestiere non capito. Mentre il cantante, ad esempio, è un mestiere definito, il mio non è un ruolo definito( tutti hanno idee diverse di me). Fa strano interfacciarmi con le persone e far capire di cosa mi occupo. È difficile individuare un ruolo.  L’obiettivo è fare cultura anche in tal senso, far capire che quando non sei dipendente sei artefice del tuo successo. […] La creatività sta anche nell’amministrare un’azienda, nell’ Inventarsi iniziative e idee.”

Il secondo tassello da aggiungere a questo processo di serendipità mi è stato suggerito da Carlo a proposito, essendo lui addentro alla questione, dell’ ”intrattenimento notturno”. Parlando a livello strettamente locale, ma estendendo il fenomeno a livello nazionale, mi è stato spiegato che molti locali, molte discoteche, hanno avuto vita breve poiché chi ha investito non aveva le competenze e le conoscenze adatte. Siamo dunque arrivati a parlare di “mancanza di cultura della gestione”. Un fattore questo applicabile ogni volta che c’è in gioco il dover gestire eventi. Il rischio, continuando con le riflessioni di Carlo, è che  si arrivi ad una “saturazione della cultura, pur di andare dietro alle mode. Ci si abitua ad organizzare eventi pur di dare il proprio contributo.

Il rischio, insomma, aggiungo io, è quello far perdere valore al proprio lavoro. Rischio di cui, una popolazione interessata da un radicale cambiamento in questo senso, come quella materana, deve sempre tener conto.

Cultura, Arte, mi sono apparsi alla fine anche come la capacità di dar importanza al proprio lavoro, qualunque esso sia.

Il mondo deve incominciare a capire che tutto può esser un mestiere, il mondo deve vivere delle sue emozioni.”

Questa è la frase con cui Carlo si congeda, una frase ad effetto che pure è nata in maniera spontanea. Probabilmente sarebbe molto efficace anche come chiosa dell’articolo, tuttavia decido di terminare così come ho cominciato, con un ricordo condiviso con me da Carlo:

Ho una sorella sette anni più grande, coreografa di danza. Uno dei primi approcci con lo spettacolo  è stato quello di mettere dischi e aiutare uno scenografo nel montare un tappeto di danza per un saggio nel Teatro Duni, avevo solo 15 anni. Notai che avevano difficoltà ad illuminare il palco. Allora ascoltando le lamentale del coreografo, o meglio, captando le esigenze, mi offrii di aiutarli per il saggio successivo… alla fine il coreografo della scuola di danza mi disse:- finalmente riesco a vedere i bambini sul palco- da lì ho capito di aver fatto tanto per loro.”

Saverio Carlucci per MateraInside.

(se vuoi raccontare la tua storia di artista scrivi a s.carlucci@materainside.it)

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