Poche ore al Referendum sulle Trivelle; fatevi venire qualche (altro) dubbio…

Poche ore al Referendum sulle Trivelle; fatevi venire qualche (altro) dubbio…

Mancano ormai poche ore all’apertura dei seggi. Il giorno del Referendum è arrivato ed eccoci qui, ancora una volta, per… confondervi le idee.

In questo articolo, infatti, non vi diremo che si vota in 9 regioni, perché si vota in tutta Italia, diventerebbe noioso continuare a ribadirlo, come non parleremo delle sterili polemiche rivolte ad un Presidente del Consiglio che invita all’astensione o delle 11-12-13 miglia dalla costa o ancora degli arcani o meno arcani motivi per cui il referendum e le amministrative non sono stati accorpati per risparmiare 350 milioni di euro. Non troverete alcun riferimento ad ENI, a TOTAL, alle grandi multinazionali del petrolio e dell’energia, nè troverete i nomi di Pittella, Guidi e Renzi accostati all’ennesimo invito alle dimissioni.

Questo articolo ha solo l’obiettivo di convincere chi andrà a votare SI, di votare NO, chi andrà a votare NO, di votare SI e chi non andrà a votare, di andare a votare. Una pretesa strana che richiede argomentazioni tra loro differenti ma simili. Sarà difficile ma ci proviamo e lo facciamo partendo da un’intervista/chiacchierata che abbiamo fatto con Massilimilano Vitulli, giovane ragazzo materano attualmente laureando a Bologna e laureato in Ingegneria Ambientale a Bari.

Con te proviamo a chiarire innanzitutto il tema tecnico prendendo in analisi dati oggettivi, utili a farsi un’idea sempre più corretta.

Innanzitutto qual è la differenza tra l’energia fossile e quella rinnovabile e perché si continua a preferire la prima alla seconda?

Le energie rinnovabili sono quelle la cui materia prima, in sintesi, tende ad essere illimitata ed è, appunto, rinnovabile. Al contrario l’energia fossile ha un termine quantificabile a seconda delle risorse naturali che abbiamo a disposizione. Sembrerebbe semplice preferire il rinnovabile al fossile per una questione ambientale e non solo, ma nonostante quest’ultimo sia responsabile di inquinamento, sia difficile reperirlo e sia a volte rischioso gestirne gli imprevisti, ad oggi rimane la soluzione più efficiente ed economicamente più conveniente.

Per questo l’Italia e gli altri paesi europei e del Mondo continueranno a preferire l’energia fossile?

In realtà, l’Italia è tra i paesi europei che, nella propria politica energetica, si è portata più avanti rispetto a molti altri, anche in rapporto agli investimenti che può sostenere. Per soddisfare il nostro fabbisogno energetico, ricaviamo il 20% dell’energia da fonti rinnovabili contro il 6% di 10 anni fa, un incremento che, viste le circostanze economiche in cui versiamo, denota la volontà di un graduale “switch”. Non è sottovalutabile anche il fattore “crisi”, che, per quanto possa essere negativo, in questo caso ha contribuito a ridurre le emissioni. Non si è riusciti a fare di più anche perché lo sviluppo delle rinnovabili è meno veloce ed efficace di quanto si pensi. Il tipo di richiesta di energia, molto spesso, non può essere ancora soddisfatta se non con le energie fossili che, se sostituite, priverebbero l’economia nazionale di enormi vantaggi.

Ma allora, se proprio non si riesce a soddisfare l’intero fabbisogno con le rinnovabili, basterebbe cercare di diminuire la richiesta di energia.

Il fabbisogno energetico dipende, per grandi linee, dalla politica nazionale, dallo standard di vita di una società, dall’ambiente e dall’efficienza energetica. Per diminuire il fabbisogno è necessario o che aumenti l’efficienza energetica tramite degli investimenti mirati o che si diminuisca lo standard di vita sociale oppure che si attuino altri tipi di politiche in questo senso. Alcune soluzione potrebbero essere: incentivare l’ammodernamento energetico degli immobili, come già è stato in parte fatto, o “educarsi” a consumare sempre meno, ma chi di noi ne è davvero disposto?

Sicuramente i danni di tipo ambientale e sanitario potrebbero essere un ottimo motivo per correggere determinati comportamenti.

Certo, ma la questione è più culturale. Il danno ambientale e sanitario in Italia è minimo, anche se presente. Non si verificano incidenti nel settore da più di 40 anni, dunque in questo lasso di tempo non abbiamo avvertito per niente gli enormi potenziali rischi derivanti dalle catastrofi di cui ambientalisti e affini parlano. Sicuramente il rischio c’è e non va sottovalutato e c’è una “non provata” ma assodata relazione tra l’industrializzazione di un territorio e le cause di malattie tumorali o simili negli stessi.

Dunque, da quanto detto finora, impedire l’utilizzo di alcune piattaforme coincide con l’accelerare o, peggio, affrettare un cambiamento che ancora non può avvenire?

In un certo senso sì, ma si deve tener conto che il numero di piattaforme coinvolte dal referendum è davvero irrilevante e non prevede la loro chiusura immediata. Inoltre è palese come la chiusura degli impianti comporti, sì, meno rischi e meno inquinamento sul lato estrattivo, ma necessiterebbe l’importazione della differenza tra ciò che produciamo e ciò di cui abbiamo bisogno e questo significherebbe trasporto di materiali e gasdotti che farebbero tornare il problema in altre forme ed in più danneggerebbero l’economia del paese. Il vero cambiamento, se dovesse vincere il SI, sarebbe più politico che economico o tecnico.

Insomma, la questione, in breve, è questa. Il referendum, a livello tecnico, ha un peso molto molto irrisorio. Non si dice una bestemmia se si afferma che andare a votare SI, NO o astenersi, sia tecnicamente quasi irrilevante. Ciò di cui è legittimo preoccuparsi, invece, è del suo peso politico e, conseguentemente, economico-sociale. A portarci a questo tipo di pensiero sono sia i precedenti simili (Nucleare 2011), sia il prodotto dello scandalo “Trivellopoli” e conseguente amplificazione del dibattito a livello nazionale. Nel primo caso, il governo Berlusconi, allora in carica, prese atto del risultato del Referendum sul Nucleare tenendo marginalmente conto di quello che fosse il vero quesito e adottando una politica che mirò ad un quasi azzeramento totale del Nucleare in Italia, nonostante andasse contro la politica di Destra e non fosse esplicitamente dichiarato nella norma da abrogare. Nel secondo caso, lo scandalo ha avuto troppa risonanza ed è impensabile che chiunque vada a votare lo faccia solo per far interrompere tra una 20ina d’anni l’attività estrattiva a qualche piattaforma. Il voto ha assunto una dimensione fortemente politica e chi vota SI lo fa sia per dare un segnale sulla strada da percorrere in tema di politiche energetiche (strada che, abbiamo già detto, è già stata percorsa in larga parte dall’Italia), sia per dare un ulteriore schiaffo al governo Renzi, sostenitore dell’astensione. Inoltre, “Trivellopoli” è la dimostrazione dell’esistenza di un sistema corruttivo contro il quale ogni occasione sembra essere giusta per smantellarlo. Il referendum può essere visto in questo tipo di ottica.

Chi vota SI prende sulle proprie spalle un po’ dell’ideologia di un cambiamento culturale. Ebbene, se volevate un motivo “nobile” per votare SI, al di là delle trivelle, del petrolio, del gas, dei fossili e della politica, è che bisogna iniziare a credere che la questione energetica vada al di là di questi specifici quesiti e che in realtà dovrebbe partire dentro di noi, nelle decisioni di tutti i giorni e nell’educazione a rispettare l’ambiente ed il pianeta, iniziando dalle piccole ed arrivando alle grandi rinunce. 49 milioni di veicoli per 30 milioni di patentati, ad esempio, sono il simbolo di una nazione che non vuole un’energia a cui, però, non riesce a rinunciare. Che ne direste di andare a votare in bici?

Chi vota NO o chi si astiene, semplicemente vede il punto di vista più reale delle cose, fa prevalere l’idea che sia inutile togliere una manciata di piattaforme e tiene ben presente che il rinnovabile non ha ancora le carte in regola per sostituirsi al fossile, ma probabilmente si arrende anche alla possibilità di lanciare un segno al Governo, alla Politica, al Popolo del NO ed a se stesso per cominciare a rendersi conto di quanto la cultura dello sfruttamento della natura valga meno della cultura del rispetto della natura.

A voi la scelta, SI, NO o astensione. In ogni caso a noi rimane la vittoria di avervi un po’ informato.

Filippo Tuzio per Matera Inside

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