Il giardino di Betty

Il giardino di Betty

Betty.

Un nome che a sentirlo, diceva lei, non rimaneva nulla.

– Ti gireresti se sentissi urlare il nome Betty dall’altro lato della strada?

Ripeteva ogni volta.

– Mi sarebbe piaciuto un nome più incisivo, più importante. Ad esempio Bianca, che a sentirlo dà un’idea di leggerezza o… Azzurra, che comunica purezza. Avrei voluto il nome di un colore, ecco.

Amava i colori Betty, da quelli più vivaci a quelli più cupi. Amava mescolarli per assistere alla nascita di un nuovo colore.

– Un giorno mi piacerebbe cambiare il mio nome; magari lo farò.

Forse no Betty, forse non lo farai.

 

Non riusciva a dimenticarne l’odore, né il sapore.

Era a questo che pensava ogni volta che infilava due dita, a volte tre, e spingeva giù nella faringe.

Quando le sembrava abbastanza, tirava fuori le dita e, insieme ad esse, subito dopo, sotto forma di acido, tutta la pesantezza di quei giorni, di quel giorno.

 

– Sei sicura che non vuoi che ti accompagni in macchina?

Disse Elisa, la sua amica di sempre.

– No, no. Tranquilla. Ho voglia di fare una passeggiata. Ci vediamo direttamente òì. Passo a casa a cambiarmi e ti raggiungo subito.

E l’abbracciò.

Abbracciare qualcuno: lo faceva sempre; le sembrava un modo per sentire l’altro dentro di sé.

Ogni volta che salutava qualcuno, voleva farlo bene, così, nel caso in cui non potesse rivederlo.

Elisa le sorrise e, dopo essere entrata in macchina e averle fatto un cenno con la testa, si allontanò.

Betty la vide scomparire nel traffico, insieme alle altre macchine.

Si infilò le cuffie nelle orecchie e ripartì anche lei, lentamente, senza fretta.

Erano le 20.0, orario ideale per passeggiare in un tardo pomeriggio di giugno. Camminando, osservava la gente che le passava accanto.

Immaginava di poter dare loro la mano.

Lasciava che gliela sfiorassero; poi la univa all’altra, camminando mano nella mano con se stessa.

Se anche loro rispondevano allo sguardo, sorrideva timidamente e si voltava.

Una cosa simile era successa con un ragazzo, poco più grande di lei aveva pensato, con qualche anno in più.

Lui, già da lontano, aveva iniziato a fissarla.

Lei, come ogni volta, dopo avergli sorriso, con i suoi modi decisi, ma non del tutto spontanei, si era voltata.

– Betty.

Sentì chiamarsi d’un tratto, subito dietro di lei.

– Come? Rispose lei incerta.

– E’ il tuo nome? E sulla catenina.

Rispose lui sorridendo.

Ma certo la catenina. Gliela aveva regalata Elisa per il suo diciottesimo compleanno.

– Sì è il mio nome.

Sorrise lei, timidamente.

Iniziò così la chiacchierata, con poche parole, pochi complimenti.

– Adesso dovrei andare. È stato un…

La interruppe immediatamente.

– Non sono di qui e dovrei raggiungere degli amici ai Giardini Margherita, sapresti aiutarmi?

Betty si orientò un istante, poi rispose.

– Basta percorrere tutto il Viale Meliconi e li trovi subito dopo l’angolo.

– Sei di strada? Mi ci accompagni?

Perché no, in effetti sono di strada, pensò.

– Vado per via Santo Stefano, ti ci accompagno.

Iniziarono a camminare.

Lui non faceva altro che sorridere e questo a Betty piaceva.

Aveva sempre visto nella gente che sorride qualcosa di puro, come se non avessero nulla da nascondere. Non era solita fidarsi di chi non conosceva, ma quel ragazzo, forse un uomo, le trasmetteva fiducia.

Era di passaggio, in fondo,

– Sei una studentessa?

Primo anno di università, pensò prima di rispondere.

Voglio davvero rispondere a quest’uomo?

Se mi inventassi la mia vita?

– Sì, primo anno di università?

– Sembri tesa.

Sì, sono tesa, ma tu sorridi e cancelli ogni dubbio. Forse mi dispiacerà voltare l’angolo e non vederti più.

– Eccoci, siamo arrivati.

Nel vedere quel cancello sorrise.

Guardò l’orologio, erano le 20.35, si era fatto tardi.

Lui si guardò attorno, poi sorride, ancora una volta.

– Posso offrirti qualcosa?

– No grazie, davvero. È gentile ma… devo proprio andare.

Una coppia di ragazzi uscì dal parco in quel momento.

Berry si girò per guardarli.

Camminavano abbracciati, si stringevano come fossero calamite.

Concentrò i suoi pensieri su quella coppia per parecchi secondi, dando il via ad un meccanismo disumano.

 

Non ebbe il tempo di voltarsi.

Lui le teneva la testa con una mano e con l’altra le tappava la bocca.

La trascinava via.

Betty si dimenava da una parte all’altra, cercando di capire cosa stesse accadendo.

Non è niente pensò.

Non sta accadendo a me.

– Non devi fiatare, altrimenti ti ammazzo lurida…

La buttò per terra con una violenza tale da farle sentire gli organi sbattere contro tutto il resto del corpo.

– Abbassati i pantaloni.

Era stordita, tremava.

Betty era ferma, davanti all’uomo che, pochi attimi prima, le aveva sorriso.

– La prego, la prego, non si avvicini, mi lasci andare.

Lui non la ascoltava.

 

Lasciami piangere, dammi il tempo per piangere, lasciami raggomitolata qui con questa paura e vattene via.

 

Le aveva strappato la camicetta con entrambe le mani.

Con la stessa violenza le aveva abbassato i pantaloni, poi le mutandine; all’altezza giusta, quanto bastava.

Era entrato dentro di lei.

Spingeva.

Le bloccava le braccia per facilitarsi il passaggio.

Non aveva bussato alla sua porta, no.

Era entrato come un ladro, scassinando la porta del seuo secondo cuore, per rubarle la vita.

 

Betty aveva chiuso gli occhi, non voleva vederlo.

Aveva spento il cuore, non voleva sentirlo.

Il suo corpo, però, era lì privo di difese.

Non poteva coprirlo, non poteva difenderlo.

 

E’ l’ultima spinta, mi ripetevo, ma non era mai l’ultima.

Ce ne era sempre un’altra e… un’altra ancora.

Mi stringeva come si fa con un cuscino scomodo che si vuole ammorbidire, modellare.

Leccava il mio corpo come se gli appartenesse.

Graffiava i miei seni.

Il corpo di quell’uomo mi pesava dentro come un amore morto, con voracità, con disamore.

 

Betty si svegliò nel cuore della notte, corse in bagno.

Accadeva spesso ormai.

Non era mai l’ultima volta, come per quell’uomo non era mai l’ultima spinta.

Uno, due e tre… e condiva l’acqua di quella tavoletta, fissandola, come se ogni volta non fosse abbastanza.

Dopo quell’episodio aveva iniziato ad odiare il proprio corpo.

Voleva dimagrire, voleva vedere le ossa, per non sentire su di lei le mani di quell’uomo che predavano la sua carne.

Toccare il proprio corpo e sentire soltanto l’epidermide la consolava.

Mi sento meglio, sì. Se toccandomi sento solo le mie ossa mi sento meglio. Ora non può più accadermi nulla.

Chi avrebbe voglia di abusare di un mucchio di ossa?

Un mucchio di rottami.

Un mucchio di cose messe assieme, per caso.

 

La colpì ancora, questa volta sul viso.

Continuava ad offenderla, ma Betty non sentiva più nulla.

Gli guardò il polso, forte, pieno di vene.

Era ancora immobile sotto di lui, come un bambino che rimane immobile attaccato al braccio della mamma, in una cristalleria, per paura di rompere qualcosa.

Aveva provato a nascondere il proprio viso invano.

 

Da piccola Betty non amava fare i giochi abituali con gli altri bambini.

Non amava correre, né nascondersi per farsi cercare.

Non si era allenata a schivare la vita.

Aveva inventato un gioco tutto suo, al quale giocava sempre con suo padre.

Lo chiamava il Se fossi.

Consisteva nel cambiare il proprio nome, la propria città di provenienza, tutto.

Le piaceva immaginarsi con lunghi boccoli biondi e grandi occhi blu.

Cambiando il proprio accento, alzando il proprio naso con un dito diceva:

– Io ho il nome di un fiore. Mi chiamo Iris, perché ho in me i colori dell’arcobaleno.

A dieci anni si immaginava castana con gli occhi verdi.

– Io ho il nime di un fiore. Mi chiamo Altèa perché ho l’animo risanatore.

A quindici anni voleva i capelli rossi e lisci,

– Io ho il nome di un fiore. Mi chiamo Amaranta, perché non appassisco mai.

E rideva, insieme a suo padre.

 

Trascorreva le sue giornate lì, vicino quella tavoletta, senza dire nulla.

Aspettava l’ultima spinta dal basso, fin su per i denti.

In quell’acido che le bucava la vita, c’erano le parole che non quel giorno non era riuscita a dire. Si guardava allo specchio.

Cercava di scorgere, guardando i seni scarni, la dualità tra il suo corpo e la sua anima. C’erano solo ossa, un gran mucchio di ossa.

 

Ho la fragilità di uno scheletro e questa è la mia storia.

Sono rimasta stesa sul quel prato per attimi infiniti, giusto il tempo si capire che effetto faccia arrivare fino al confine dell’infedeltà.

Ho tradito me stessa, lasciando sul corpo solo le mie ossa, righe sbagliate che non si possono né continuare, né cancellare.

Il mio corpo, ora, non è che simile ad altri.

Eccovi tracciato un segno di uguaglianza che non sancisce più alcuna differenza.

Ma ora dimmi mentre mi guardi con frustrata eccitazione, con gli occhi della perversione. Che cosa c’è di così appagante nel fare l’amore con una donna che non ti vuole?

Lasciami piangere se è questo quello che vale.

Lasciamo abbracciare questo corpo.

 

– Betty, devi proteggere e amare il tuo corpo.

Le ripeteva Elisa in lacrime, mentre guardava quello che era rimasto della sua migliore amica. Betty? Non è il mio nome.

Chi è Betty?

Ha smesso di esistere.

Ho smesso di esistere alle nove di quel pomeriggio, all’ultima spinta.

E questo corpo? Che rapporto c’è fra esso e il mio nome?

“Vorrei poter licenziare il mio corpo come si fa con un domestico”.

Vorrei ricacciarlo nel mondo, cambiarlo.

“Vorrei poter uscire da questo corpo, come da un appartamento si esce in strada”.

 

Un’ultima spinta, lì, in quella tavoletta bianca.

Quella fu l’ultima volta che abusò di se stessa.

 

Oggi ho il nome di un fiore. Sono un crisantemo e ho la morte nel cuore.

Marinunzia Fanelli per Materainside

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