Caterina Ambrosecchia: la donna giusta

Caterina Ambrosecchia: la donna giusta

Caterina Ambrosecchia è nata a Matera, dove vive e insegna Scienze umane e sociali e Psicologia. Laureata in Filosofia presso l’Università degli Studi di Bari, ha pubblicato Sedano 40, una raccolta di aforismi e brevi racconti, e Ibraforever, un manuale sul mondo del calcio e della scuola. La donna giusta è il suo primo romanzo.

Il romanzo si svolge su un doppio piano temporale, il presente e gli anni cinquanta. Tre figure femminili sono in qualche modo le protagoniste, tre generazioni, tre storie apparentemente diverse ma intrecciate tra loro, che si snodano nei luoghi dell’;anima e della passione che può essere distruttiva e devastante ma allo stesso tempo rimane irresistibile. La potenza dei sentimenti, che cambiano il corso della vita, accompagnano il lettore in una storia che oggi, come ieri è sedtinata a ripetersi. Quello di Caterina è un romanzo liberamente ispirato ad una storia vera, raccontato la raffinatezza e l’eleganza dei toni di chi in punta di piedi sa coinvolgere il lettore in un percorso introspettivo e ben bilanciato tra uomo e donna, in cui la forza e la volontà interiore della prima si contrappone a costo di sacrifici con una moderata scelta da parte dell’altro. Uno di quei romanzi aperto a tutti e che non si dovrebbe mai smettere di leggere. La donna giusta è un romanzo che racconta il bisogno d’amore, i modi per pervenire a quest’esito, il coraggio di chi decide di vivere i sentimenti al di là di ogni convenzione, le meschinità degli esseri umani, la difficoltà a esprimere le emozioni, la mancanza di comunicazione familiare, la ricerca dell’identità attraverso la conoscenza delle proprie radici e tutte le complesse esperienze umane: la gioia, il dolore, la speranza, l’ubbidienza e la trasgressione.

Come è iniziato questo percorso di scrittura?
“Ho sempre avuto propensione alla narrazione scritta, ho al mio attivo altre pubblicazioni prima di questa, una raccolta di aforismi dal titolo “Sedano 40”, e un saggio sul mondo della scuola e del calcio dal titolo “Ibraforever”. Al romanzo ci sono arrivata solo ora con “La donna giusta”. Ho tratto ispirazione da una storia vera su cui ho costruito i personaggi, le loro vicende e gli intrecci. È stato un percorso creativo che mi ha impegnata per circa diciotto mesi non continuativi tra pause e momenti di scrittura febbrile, fino al risultato finale. È stato stimolante creare i personaggi della storia, dar loro corpo e veridicità. A tal fine è stato importante poter pensare e agire come loro, identificarsi con ognuno di essi per cogliere il loro punto di vista, mi è stato utile il decentramento, l’uscita da me stessa. Ho vissuto con loro nei mesi che mi hanno vista impegnata nella scrittura, li ho amati, sfamati, li ho visti crescere, e quando il lavoro è terminato, i personaggi, tutti con uno specifico ritratto psicologico, hanno smesso di girarmi intorno ed io, per un po’, mi sono sentita sola. Ho cercato di fare mia la lezione di Calvino sulla leggerezza per raccontare una storia che fosse intimamente coinvolgente e sopratutto universale. Molti lettori mi dicono di aver pianto e di essersi emozionati nel leggere il romanzo perché si sono identificati nei personaggi o perché hanno rivissuto vicende familiari simili a quelle narrate: quando ricevo tali testimonianze, ho la prova di essere riuscita nel mio intento.”

Quanto è stato difficile arrivare a questo risultato nella nostra realtà?

“Ho sempre pensato che scrivere basti a se stesso, come diceva Nietzsche “Sibi Scribere”, scrivere per se stessi, per avere diletto di sé in età matura. Non avevo l’ansia della pubblicazione né avrei smesso di scrivere qualora nessun editore si fosse accorto di me. È innegabile che in una realtà come la nostra in cui la cultura dovrebbe fungere da traino per tutte le iniziative, in una regione in cui si legge pochissimo e in cui le realtà editoriali che credono in esordienti e semisconosciuti sono rarissime, diventa complicato pubblicare un romanzo. Poi ho incontrato Carla Palone e Veronica Vuoto della Gelsorosso edizioni di Bari, che hanno investito nel mio lavoro perché ci hanno creduto: non posso che ringraziarle per la fiducia accordatami. Ho esordito al Salone del Libro di Torino il 20 maggio 2017 dove ho presentato il romanzo e da lì fino ad oggi sono stata in tanti posti toccando Basilicata, Puglia, Calabria e Abruzzo. Ora sono in programma altre presentazioni in altre città e regioni. Il romanzo, inoltre, è stato premiato classificandosi al terzo posto al Rende book festival nel novembre 2017. Ampliando il discorso mi piacerebbe che la Basilicata puntasse di più su se stessa. Ho l’impressione che ci sia la tendenza a snobbare ciò che è già presente sul territorio e che si abbia bisogno costantemente di input esterni per accorgersi delle ricchezze di cui dispone. La Basilicata deve ancora conquistare quella autostima sufficiente per essere davvero autonoma e per riuscire a valorizzare le proprie risorse.”

Il libro è un viaggio introspettivo tra sentimenti, incontro di generazioni, culture.
Abbandonarsi ai sentimenti puri oggi è difficile?

“Il romanzo si snoda su due piani temporali diversi, gli anni cinquanta e i giorni nostri. Sebbene culturalmente ed esistenzialmente la nostra vita sia imparagonabile a quella del passato, è innegabile che da un punto di vista emotivo e sentimentale le esigenze degli esseri umani siano le stesse. In passato, soprattutto per le donne, vivere liberamente i propri sentimenti era complicatissimo, quasi impossibile. Oggi abbiamo più strumenti culturali per farlo ma allo stesso modo altre difficoltà rendono complicati i rapporti tra uomo e donna o tra madre e figlio. La società cambia in fretta ma le emozioni e i sentimenti sono gli stessi, il bisogno di amore, di essere accettati, di essere riconosciuti. Cambiano i contesti ma l’uomo è sempre uguale con i dolori, le sue illusioni, le sue aspettative. Ieri non avevi scelta, la tua vita era già prevista e l’accettazione di questo comportava sofferenza. Oggi hai molteplici possibilità, ma il peso e la responsabilità della scelta sono spesso insopportabili. Nel romanzo le protagoniste sono le donne che con la loro forza riescono a vivere in maniera assoluta i propri sentimenti, sfidando le convenzioni sociali che ne limitavano le azioni. Sono donne moderne, attuali, che pur essendo cresciute nell’aridità e nella povertà dei sentimenti, hanno voluto per se stesse una vita diversa, riuscendoci in parte anche a costo di grandi sacrifici. Tre sono le protagoniste, Luigia, Libera e Monica, rispettivamente nonna, figlia e nipote. Le loro vite si intersecano tra passato e presente in un groviglio di vicende familiari dove tanti altri personaggi -maschili e femminili-, interagiscono.”

Come è cambiato il rapporto tra le generazioni?

“Ogni nuova generazione porta con sé delle rotture, delle novità che la allontanano dal passato. È un processo naturale, disconoscere “la legge del padre” significa crescere, trovare una propria legge su cui costruire la nuova vita. Talvolta i ragazzi sono in difficoltà perché non hanno una legge del padre contro cui scagliarsi per poter crescere, perché nessuno si è posto come norma il limite alla loro vita, questo diventa pericoloso perché i ragazzi così non crescono e rimangono nel limbo della deresponsabilizzazione. In passato, paradossalmente, era più facile opporsi alla generazione precedente. Gli ideali sociali e politici dei ragazzi infervoravano i loro animi e davano  loro la forza per spezzare il modus vivendi convenzionale del passato. Oggi oltre a non ricevere nutrimento da nessuna ideologia, i ragazzi non si affrancano dalla generazione passata perché non la riconoscono. La fluidità delle generazioni oggi li porta a specchiarsi in padri che usano il loro stesso linguaggio e postano come loro le foto su Instagram in uno scambio di ruoli che genera confusione.”

Chi è la donna giusta? C’è un punto di incontro a cui tutti dovremmo tendere?

“Nel romanzo ci sono molte protagoniste donne, lascerei individuare al lettore quella giusta. Dal mio punto di vista la donna giusta è un punto di approdo e non uno di partenza, la meta a cui tendere dopo un percorso di autoconsapevolezza spesso complesso e irto di ostacoli. L’essere giusti implica un unico destinatario: se stessi. Questo è quello cui dovremmo tendere. L’autenticità, la soddisfazione di sé, il compiacimento del proprio essere. Non una conquista facile, ma provarci è già un buon allenamento per salvarci dalle insoddisfazioni e dalle delusioni.”

Nella nostra piccola realtà esistono ancora quei valori tanto osannati di famiglia, amore e purezza di sentimenti? Se vi è un vuoto quale potrebbe essere la nostra “donna giusta”?

“La nostra cultura si basa sulla famiglia riconoscendola come fondamentale. Nonostante i radicali cambiamenti che hanno caratterizzato l’evoluzione della famiglia, rimane un importante punto di riferimento per ciascuno di noi. Al suo interno si sperimentano le prime forme d’amore e ciò che accade, nel bene e nel male, condiziona tutta la vita. Ieri nella famiglia non era contemplata alcuna dimostrazione di amore e le effusioni ai figli si facevano in rare occasioni per lo stupido timore che la dimostrazione di un sentimento potesse portare fiacchezza e mollezza caratteriale. Nonostante oggi molte cose siano cambiate, soprattutto nei rapporti interpersonali permane la difficoltà a esprimere le emozioni e i sentimenti. L’analfabetismo emotivo crea dei muri tra i componenti della famiglia che rende difficile una comunicazione autentica. Le conseguenze nei ragazzi sono tanta solitudine, disistima e sfiducia in se stessi. In un quadro di desolazione emotiva diventa sempre più complicato “saper godere lealmente del proprio essere” come scrive Michel de Montaigne. Questo è il vuoto da riempire, questa è la strada per essere una persona giusta, trovare in se stessi la vera forza.”

Francesca Lorusso per Matera Inside

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