Il Blue Whale e le vittime del “non ho tempo”

Il Blue Whale e le vittime del “non ho tempo”

La puntata di qualche tempo fa del noto programma televisivo Le Iene, ha dato vita ad un enorme dibattito, diventando un vero e proprio caso mediatico, rispetto ad un fenomeno inquietante ed estremamente pericoloso: la Blue Whale. Il servizio di Matteo Viviani mostrava le testimonianze di alcune delle mamme delle presunte vittime ed alcuni video di suicidi in cui si vedevano appunto degli adolescenti lanciarsi nel vuoto da un palazzo. Nonostante lo stesso Viviani abbia ammesso che si trattasse di video fake seppur non compromettendo la verdicità del fenomeno, il clamore rispetto ad esso, infatti, non si è fatto attendere , dal momento che per un lungo periodo il caso è stato dibattuto dai mass media.  La Blue Whale è fondalmentalmente un gioco mortale e perverso in cui chi partecipa deve affrontare 50 prove da svolgersi rispettivamente in 50 giorni. Ogni prova viene assegnata da un curatore al partecipante attraverso canali social. Si tratta di una serie assurda di manifestazioni di autolesionismo, modificazioni della sfera dell’ umore e dei cicli del sonno che portano il malcapitato ad uno stato depressivo tale da desiderare il suicidio, ovvero la prova finale. Il curatore infatti come ultimo livello pretende che il malcapitato ponga fine alla sua esistenza, lanciandosi da un palazzo o lasciandosi travolgere da un treno. Il piano criminale si è sviluppato attraverso i social russi, e il nome Blue Whale (Balena Blu) rimanda allo strano feomeno in cui la Balena Blu ad un certo punto della sua vita, e senza apparenti morivazioni si lascia morire spiaggiandosi sulla costa. Ciò che si può dedurre da questa vicenda è che indubbiamente il mondo del web e quindi il mondo social nascondono inevitabilmente dei fenomeni criminali ai quali tutti quanti siamo esposti, non solo i bambini e gli adolescenti. Ma al netto dell’ aspetto criminale del caso, che è indubbio, ciò che verrebbe da chiedersi è: le nuove generazioni sono così tanto abbandonate nelle tecnologie, da immergersi ininterrotte e indisturbate in giochi e pratiche che addirittura portano alla morte? Evidentemente si, e l’ aspetto veramente inquietante di tutta la faccenda è proprio questo.  La generazione di Facebook e di Instagram, ma più in generale quella degli smartphone e dei social, è quella che è stata definita in molti modi, non propriamente lodevoli, e che è costretta a rapportarsi con una società disattenta, fredda, cinica che si fonda esclusivamente sul “valore” della performance. Il contesto sociale ci impone di credere che esiste libertà di espressione e ogniuno può essere se stesso, la verità è che nessuno può esserlo se “se stesso” non rientra in una categoria di appartenenza più o meno accertata senza mettere a rischio il proprio personale senso di appartenenza. La mentalità della performance, del risultato in assenza del quale non si ha diritto ad appartenere, ci mette tutti nelle condizioni di correre costantemente, di far fronte alla continua competizione. Siamo la società dei “non ho tempo”. Ovviamente gli adolescenti che spesso si ritrovano a vivere nel villaggio dei “non ho tempo”, non possono sperare di vedere appagati adeguatamente i loro bisogni di approvazione, di affetto, di condivisione, perchè? Perchè “ora non ho tempo”. In realtà, a loro volta neanche loro hanno tempo. Devono correre, avere buoni voti, essere brillanti, convivere in un sistema scolastico che fin da bambini li educa a “non avere tempo”. Tutto questo ovviamente va irrimediabilmente a discapito delle necessità umane che devono necessariamente trovare soddisfazione. Ed è lì che lo smartphone diventa il migliore amico, il familiare, sempre disponibile, pronto, rassicurante, fedele, in grado di dare risposta a qualsiasi domanda o curiosità, in grado di soddisfare qualsiasi bisogno di svago, socialità, grazie alle migliaia di forme di chat e social, in qualsiasi momento, con la sicurezza di essere difesi da un display. Proprio grazie a questa rassicurazione fenomeni come la Blue Whale possono realizzarsi, dove le fragilità descritte sopra spesso sono utilizzate come armi per raggiungere scopi perversi e non meglio identificati. Le nuove generazioni, sono una risorsa e il futuro. Abbandonarli a se stessi nelle insidie del web perchè siamo troppo presi dalle finte necessità che questa società ci impone significa ridurre pericolosamente la possibilità di intervenire tempestivamente, e quando poi sarà troppo tardi, solo in quel caso potremo affermare “non ho tempo”.

fonte foto: WEB

Luigi Tocci per MateraInside

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